Autonomia differenziata: senza livelli essenziali delle prestazioni solo molto rumore per nulla

Dell’autonomia differenziata ovvero Much ado about nothing

Una svolta epocale o la fine dell’unità nazionale? Si muovono fra questi due estremi le reazioni delle forze politiche rispetto al disegno di legge delega sull’autonomia differenziata delle Regioni, che con l’approvazione in consiglio dei ministri si appresta ad iniziare il suo iter parlamentare.

Ma è davvero così? Da un provvedimento così divisivo in effetti ci si aspetterebbe almeno una mezza rivoluzione, ma leggendone i contenuti l’entusiasmo (o il terrore) scemano parecchio.

Il ddl infatti aggiunge poco a quanto già disposto dall’articolo 116, comma 3, della Cost., il quale dal 2001 (riforma del centro sinistra per attirare i consensi della Lega) inutilmente stabilisce che “Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata”.

In pratica, si consente alle Regioni ordinarie di acquisire un frammento di specialità su alcune materie previo accordo l’amministrazione centrale e con la ridefinizione dei reciproci rapporti finanziari. Questa previsione non richiederebbe nemmeno una ulteriore legge quadro che si frapponga fra sé e le singole intese, anche perché queste ultime potrebbero assumere contenuti diversi l’una dall’altra.

Dal punto di vista procedurale, quindi, il ddl (articolo 2) complica un percorso già piuttosto tortuoso, aggiungendo una infinita serie di passaggi.

Dal punto di vista dei contenuti, invece, il ddl dice ancora meno di quanto già scritto a chiaro lettere nella Carta.

Il punto nodale sta nell’articolo 1, comma 2, dive si legge che “L’attribuzione di funzioni relative alle ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, relative a materie o ambiti di materie riferibili ai diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, è consentita subordinatamente alla determinazione, nella normativa vigente alla data di entrata in vigore della presente legge o sulla base della procedura di cui all’articolo 3, dei relativi livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione”. I c.d. LEP indicano la soglia costituzionalmente necessaria e costituiscono il nucleo invalicabile per rendere effettivi tali diritti e per erogare le prestazioni sociali di natura fondamentale, per assicurare uno svolgimento leale e trasparente dei rapporti finanziari fra lo Stato e le autonomie territoriali, per favorire un’equa ed efficiente allocazione delle risorse e il pieno superamento dei divari territoriali nel godimento delle prestazioni inerenti ai diritti civili e sociali.

Quindi senza LEP niente autonomia differenziata. E siccome ad oggi i LEP sono stati sommariamente definiti solo in sanità, per adesso la rivoluzione è rimandata a data da destinarsi. Quanto alle iniziative già promosse da alcune Regioni (Lombardia e Veneto in primis), l’articolo 10 recita che “L’esame degli atti di iniziativa delle Regioni già presentati al Governo, di cui sia stato avviato il confronto congiunto tra il Governo e la Regione interessata prima della data di entrata in vigore della presente legge, prosegue secondo quanto previsto dalle pertinenti disposizioni della presente legge”. Quindi anche lo stallo, che va avanti dal 2017, è destinato a proseguire. In conclusione, molto rumore per (quasi) nulla. 

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